Feste e Folklore a cura di Graziella Iucolino |
Le feste più partecipate e sentite sono: La Settimana Santa, con tutti i suoi riti molto seguiti e sentiti dalla popolazione;
San Giuseppe, patrono di Villalba, festeggiato il 19 marzo, con la tradizione dei vecchiariddi.
San Giuseppe di agosto festeggiato la domenica successiva al ferragosto per permettere agli emigrati villalbesi di godere la festa del proprio patrono. La sagra del pomodoro viene inserita nella settimana di festeggiamenti da ferragosto al Lunedì.
San Calogero che si celebra la domenica successiva a quella di San Giuseppe in Agosto. La sua festa è l’ultima della stagione estiva. Il Natale con la tradizionale Novena cantata in lingua
siciliana da giovani per le vie del paese. La Novena racconta la storia
romanzata di Giuseppe e di Maria che si recano a Betlemme per il censimento. Novena di Natale (in siciliano) Quannu Cesari ittau ddu gran bannu rigurusu, San Giseppi si truvau nti la chiazza rispittusu. San Giseppi era cunfusu, "Cuamu fazzu cu Maria siddu senti stu gran bannu, voli veniri cu mia". Arrivatu nti Maria, si ci misi a raccuntari: "Sianti, sianti spusa mia, ch'aiu ntisu pubblicari". E Maria ci ha rispunnutu: "Fatta sia la vuluntati, giacchì Diu l'ha dispunutu, viagnu unni mi purtati". Si partì la gran Signura, tutta amabili e mudesta, cu la vidi s'innamura, nnamuratu ognunu resta. Pi cumpagni Diu ci detti centumila Serafini, accumpagnanu ddi du eletti, fortunati pilligrini. Setti iorna di caminu, stanchi muarti su arrivati, San Giseppi cu Maria, sunu giunti a la citati. Tuppi, tuppi parintuzzi! "E cu iè?" "Viniti apriri". Cu li ammutta e cu li manna: "itivinni a nautra banna". La timpesta nun iera pocu, di lu friddu ca faciva, vosi nasciri a ddu locu e a chiddura lu Messia. Traduzione Quando Cesare pubblicò quel gran bando rigoroso, San Giuseppe si trovava nella piazza rispettoso. San Giuseppe era confuso (e pensava): "Come faccio con Maria Se sente questo gran bando, vorrà venire con me".
Arrivato (a casa) da Maria, si mise a raccontare: "Senti, senti sposa mia, che cosa ho inteso pubblicare". E Maria gli rispose: "Sia Fatta la volontà (di Dio), giacché Dio l'ha disposto, vengo dove mi portate".
Si partì la gran Signora, tutta amabile e modesta, chi la vede si innamora, innamorato ognuno resta. Per compagni Dio diede loro centomila Serafini, (che) accompagnano quei due eletti, fortunati pellegrini.
Sette giorni di cammino, stanchi morti sono arrivati, San Giuseppe con Maria, sono giunti alla città (di Betlemme). Toc, toc parentucci! "E chi è?" "Venite ad aprire". Chi li spinge e chi li manda: "Andatevene da un'altra parte!".
La tempesta non era poca, del freddo che faceva, ha voluto nascere in quel luogo e a quell'ora il Messia. L’Immacolata Concezione (l’8 dicembre) Santa Lucia (il 13 dicembre) San Francesco (il 4 ottobre) San Giovanni Bosco (il 31 gennaio) L’Annunziata ( il 25 marzo) L’Addolorata (il15 settembre) Sant’Antonio (il 13 giugno) TRADIZIONI Vecchiariddi. In occasione delle due feste in onore del Patrono San Giuseppe (19 marzo e domenica successiva al ferragosto), è usanza preparare le tradizionali tavole di ringraziamento per le grazie ricevute dette Tavole dei "vicchiariddi" alle quali venivano invitati i vecchietti più poveri del paese. Ricordiamo che in passato, e precisamente prima degli anni cinquanta, gli anziani non beneficiavano di nessun tipo di sostentamento e di pensione da parte dello Stato, per cui i più indigenti nel momento in cui erano completamente inabili al lavoro e se non avevano l’aiuto dei figli e dei nipoti, erano destinati alla miseria più nera, alla mendicità e rischiavano la morte per "miciaciu" (ossia per fame) L’usanza di invitarli a pranzo per la festa del Patrono era un modo, per un popolo anch’esso in cattive condizioni economiche; di alleviare, almeno per quel giorno, l’atavica fame di qualche poverello, e dedicare questa buona azione al Santo in ringraziamento di qualche grazia ricevuta. Un’altra tradizione aggiuntiva era quella detta "di li vicchiariddi addumannati", in cui colei o colui che aveva ricevuto la grazia del Santo si sottoponeva all’umiliazione di chiedere l’elemosina casa per casa, per utilizzare il denaro ricevuto alla preparazione della Tavola di ringraziamento. Alcuni aggiungevano l’ulteriore umiliazione di servire a tavola i vicchiariddi, a piedi nudi come penitenza. Le Tavole erano allestite con i pani tradizionali di San Giuseppe (curuna, varva, vastuni e bamminu), grossi cedri (pirittuna), grosse arance, finocchi da insalata, grossi cespi di lattuga I cibi che si offrivano per l’occasione erano: la pasta al forno, le tagliatelle con il sugo di carne; la carne in sugo, la carne impanata, carne al forno, broccoli, finocchi selvatici e cardi in pastella e fritti, "sfincie fritte" e taralle con crema pasticciera e frutta di stagione. Gli ospiti erano congedati consegnando loro un pane ricoperto dalle verdure esposte sopra la tavola; alle donne veniva donata la curuna, agli uomini la varva oppure il bastone, al bambino che rappresentava Gesù e che benediceva la tavola lu bamminu. La tradizione imponeva che i commensali invitati fossero un minimo di tre (in onore alla Sacra Famiglia) oppure multipli del numero minimo. Il pane di San Giuseppe (curuna, vastuni, varva, bamminu) I dolci: cuddureddi nella festa di San Biagio; pani da cena a Pasqua; vurciddati nel periodo natalizio; mastazzola e muffuletti a San Martino, zippuli a Carnevale. La pasta: li cavatiddi di San Paulu. Cuddureddi di San Vilasi preparati per la festa di San Biagio. Cavatiddi di San Paulu preparati per la festa di Pietro e Paolo; la razione per ogni commensale è di 101 "cavatiddi" a ricordo della leggenda secondo cui San Paolo prima di convertirsi ha ucciso 101 cristiani |